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Croce di San Marco

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La tradizione popolare di Secinaro relativa al culto di San Marco si affianca alle altre tradizioni secinaresi delle quali faremo un breve cenno per avere un adeguato quadro d'insieme.

Croce di San MarcoLa tradizione popolare di Secinaro relativa al culto di San Marco si affianca alle altre tradizioni secinaresi delle quali faremo un breve cenno per avere un adeguato quadro d'insieme. In senso lato, le tradizioni popolari si inseriscono, come validi contributi, nell'interesse sempre vivo verso le memorie storiche e verso quelle così dette subalterne. In questa specifica circostanza contribuiscono a sollevare Secinaro, piccolo paese in provincia dell'Aquila, dal silenzio al protagonismo. Il territorio di Secinaro, come ho avuto modo di dimostrare nei numerosi saggi, è stato la culla di due antichi centri dei Peligni Superequani; uno era il villaggio ubicato fra la località "Cambra" e La Villa: la fontana della "Cambra" ne è rimasta una testimonianza archeologica monumentale, l'altro centro ben più importante sorgeva sul crinale collinare San Gregorio-Salitto-Ira. Questo era in origine un "pagus" che, nel periodo della romanizzazione, divenne la "Civitas" dei Peligni Superequani col nome di "Superaequum", divenne, cioè, il centro più importante di tutti i Peligni, dopo Corfinio, come è testimoniato dal grande poeta latino Ovidio, nativo di Sulmona, e da tutti gli antichi storici. Accanto ai ricordi storici, altre memorie distanti nel tempo palpitano ancora oggi e riaffiorano nelle tradizioni popolari, quella della Sicinnide, della Madonna della Consolazione, del Venerdì Santo, della Croce di San Marco. La Sicinnide è la famosa danza che i satiri e le mènadi eseguivano in onore del dio Dioniso e della dea Cibele. Il culto di Cibele è attestato in un'epigrafe rinvenuta nella struttura muraria del fontanile di San Gregorio, insieme al culto di Venere e di Cerere (sono attestati nel territorio di Secinaro altri numerosi culti, di Ercole, Pelina, Silvano, Lari, Fortuna, Dioniso, Sole). Intorno al culto di Dioniso e di Cibele, la Mater Deum dei Superequani, si intesse la bellissima e fascinosa leggenda della Madonna della Consolazione, leggenda che non ha nulla da invidiare a quella della traslazione della Casa di Loreto nelle Marche. Non sto in questa sede a riparlarne; ne ho fatto un'ampia e dettagliata trattazione qualche anno fa e l'ho riportata nel saggio " Il bosco sacro del Sirente fra Sicinnide e leggenda" del 1989. Desidero, invece, porre l'attenzione su un particolare e cioè che molti studiosi, soprattutto gli storici, danno poco credito alle tradizioni popolari. Una notizia, infatti, tramandata oralmente di padre in figlio attraverso i secoli, subisce certamente modificazioni a volte anche sostanziali e travisanti. Ma gli antropologi e gli etnologi, gli studiosi degli usi e costumi dei popoli in generale, delle popolazioni cittadine e paesane in particolare, considerano il giusto valore delle tradizioni e le fanno assurgere ad un protagonismo culturale ben meritato. Ogni tradizione popolare, infatti, si lega con un filo, sia pure sottilissimo, ad un nucleo originario, ad un fatto storico o di cronaca. In questa ottica, la tradizione di Secinaro sulla Sicinnide si sarebbe potuto rivelare "un cumulo di chiacchiere" se non fosse stata avvalorata dai numerosi reperti archeologici ed epigrafici rinvenuti, quali la pietra raffigurante il puttino alato reggente un festone di frutta e foglie conservato dall'amico concittadino Luigino Barbati, il resto di un flauto al suono del quale si eseguiva la danza, rinvenuto in località Ira dal concittadino Domenico Di Berardino, l'epigrafe di Cibele ora nella sede municipale di Secinaro, l'epigrafe ora a Castelvecchio Subequo della "tibicina" la suonatrice di flauto, il tempio di Cibele di Castel Di Ieri. Sono sufficienti queste documentazioni probanti a trasformare la tradizione popolare della Sicinnide lontana nel tempo, più di duemila anni fa, in un fatto storico. Accanto alla Sicinnide, vive la leggenda della Madonna della Consolazione che è tradizione anch'essa, ma che si fonda su un fatto cultuale fantasioso, della traslazione della chiesa e della statua della Madonna dall'oriente portata a Secinaro dagli angeli attraverso le vie del mare e del cielo. Ora sappiamo (2003) che la leggenda ha avuto origine dalla caduta del meteorite sul Sirente nel quarto secolo d.C. all'epoca dell'imperatore di Roma Costantino che, secondo altra leggenda ebbe la visione dell'intensa luce proveniente dal cielo con la scritta "in hoc signo vinces" prima della battaglia del Ponte Milvio a Roma contro il suo rivale Massenzio. A tale proposito si rimanda il lettore a E. Ricci, Il meteorite del Sirente nella visione di Costantino, nella tradizione e nella leggenda di Secinaro , Editrice Amaltea 2003. Ebbene, le altre tradizioni popolari di Secinaro, non meno importanti dal punto di vista culturale e storico, altrettanto interessanti dal punto di vista religioso e antropologico ed etnologico, sono quella del Venerdì Santo e quella del culto di San Marco. Del Venerdì Santo ne parleremo a parte. La processione tradizionale di San Marco si eseguiva con semplicità, ma anch'essa con profonda devozione, sulla collinetta detta appunto di San Marco, dove, fino a ieri, c'era una modestissima croce di ferro. Intorno a questa tradizionale processione, che stava scomparendo, palpitano memorie lenite nel tempo, immagini di un'infanzia lontana di oltre mezzo secolo e di un' adolescenza vissuta nel tormento e nei traumi irreversibili causati dalla Seconda Guerra Mondiale: una vita che si svolgeva nel meraviglioso labirinto delle vie di Secinaro da Sotto il Castello al Codacchio, dalla Chiesa alla Cona, dal ristretto ma concitato spazio della Piazzetta del Municipio all'aia comunale, dal piazzale del cimitero che fungeva da campo sportivo per gli incontri di calcio fra i ragazzi della Piazza contro quelli della Cona, alla Chiesa della Madonna della Consolazione. Ripercorrere le struggenti memorie, diventa quasi un sottile gioco in cui ognuno di noi, con un esame introspettivo, ricerca se stesso, un se stesso quasi disperso nel tempo, ma che ancora aleggia nella aria di Secinaro. E il ricordo non è mai vano perché in esso ritroviamo anche la devozione cultuale di San Marco. A memoria d'uomo, un gruppo di fedeli, non numeroso in verità, si recava in processione sul Colle di San Marco dove si erigeva una piccola croce. Vi andava il giorno di Pasqua dopo aver consumato il lauto pranzo festivo bagnato da abbondanti libagioni. Forse per tale motivo, la processione si ripeteva con più senso religioso la domenica successiva alla Pasqua, nella devozione del Santo. Tale processione è da mettere in relazione con quella del Calvario tra i fuochi purificatori del Venerdì Santo. Il popolo, infatti, dopo aver partecipato alla crocifissione di Gesù ed essersi reso impuro, passava tra i fuochi purificatori al fine di espiare la grave colpa. Successivamente, come in una rappresentazione teatrale all'aperto, si recava in processione alla Croce di San Marco il giorno di Pasqua per assistere alla resurrezione del Figlio di Dio.

Prof. Evandro Ricci

 

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